C’è un libro, Piccolo manuale illustrato per cercatori di tessuti (edizioni il Saggiatore), che apre con queste parole: «Ci sono trame invisibili agli occhi, intrecci che legano mani che non si sono mai incontrate, abiti che narrano storie senza parole».
Non sono i tessuti. Ma le storie dietro ogni tessuto.
I tessuti di lana
La flanella è la carezza dell’inverno: morbida, calda, con quella grana leggermente vellutata che rende ogni giacca o pantalone immediatamente familiare. Il fresco di lana è il suo opposto stagionale, leggerissimo, arioso, perfetto per la primavera e l’estate di chi non vuole rinunciare all’eleganza quando il caldo arriva.
La grisaglia è grigio, ma non grigio qualunque: è il grigio della city, del mattino presto, del trench sul metrò. Un intreccio finissimo che crea sfumature cangianti.
Il saxony — o saxoni — viene dalla Sassonia e porta con sé la tradizione dei tessuti più pregiati d’Europa: fibre lunghe, mano setosa, colori profondi.
Poi c’è lui: l’Harris Tweed. Tessuto a mano nelle isole Ebridi, in Scozia, da artigiani che seguono ancora oggi le stesse tecniche di secoli fa. Ogni metro porta il marchio dell’Orb — l’unico tessuto al mondo protetto da una legge del Parlamento britannico. Non è un tessuto: è un documento.
Il tropical è lana ma sembra seta — leggerissimo, con un’armatura aperta che lo rende perfetto per i climi caldi.
La saglia (o twill) è invece riconoscibile dalla sua trama diagonale, che dà struttura e movimento. La gabardina è saglia portata all’estremo: compatta, resistente, impermeabile quasi. È il tessuto del trench di Burberry.
Il pied-de-poule — letteralmente «zampa di gallina» — è un intarsio geometrico bianco e nero (o colore su colore) che da decenni è il segno distintivo di chi vuole un pattern senza strafare. L’occhio di pernice è il suo cugino più sottile: lo stesso gioco ottico, in scala ridotta, quasi impercettibile da lontano e affascinante da vicino.
Le fibre nobili
Se la lana è il principe dei tessuti maschili, esistono fibre che stanno alla lana come la poesia sta alla prosa.
Il cashmere viene dal pelo del caprone del Kashmir, pettinato a mano una volta l’anno. Ogni maglione richiede la produzione di due o tre capre per un’intera stagione. È calore senza peso, morbidezza senza cedimento.
La vigogna è ancora più rara: viene da un camelide selvatico delle Ande peruviane che non può essere allevato. La sua fibra — la più fine mai misurata — era riservata agli imperatori Inca. Oggi è il tessuto più prezioso al mondo.
L’alpaca è la vigogna resa accessibile: stessa famiglia, stessa altitudine andina, fibra lunga e lucente che non pizzica e non si infeltrisce.
Il mohair viene dalla capra d’Angora — non confonderla con il coniglio angora, che è altra cosa — e ha quella lucentezza quasi metallica che rende unico un cappotto o un abito estivo.
I classici intramontabili
Il lino è la fibra più antica che l’uomo abbia mai tessuto — lo troviamo già nell’antico Egitto. Fresco, naturale, con quella sgualcitura che non è un difetto ma un carattere.
Il cotone è la democrazia dei tessuti: versatile, democratico, presente in ogni forma — dal popeline della camicia formale al fustagno, il velluto di cotone a coste piatte e calde, che è la quintessenza del blazer casual autunnale.
Il velluto a coste — con le sue nervature che cambiano colore a seconda della luce e della direzione — è il tessuto del comfort elevato a stile. Indossarlo significa prendersi del tempo.
«Toccarlo significa sfiorare le tradizioni che lo hanno preceduto e le innovazioni che lo seguiranno», scrive il manuale.
Torniamo a toccare i tessuti perché attraverso di essi selezioniamo storie, gesti, tradizioni. Perché alla fine, come dice il manuale, «talvolta un vestito è solo un modo per mettere a nudo la nostra vera essenza».