Il primo scatto è del 1960. Marcello Mastroianni cammina lungo Via Veneto con un completo scuro, cravatta stretta, gli occhiali Persol calati sul naso. Ha in mano una macchina fotografica, non una macchina da scrivere. Sta interpretando Marcello Rubini in La Dolce Vita di Fellini. Ma quella figura non appartiene solo al personaggio. Appartiene a lui.

E, da quel momento in poi, a un’idea intera di stile italiano.

L’uomo che portava male i vestiti

Sembra un controsenso, ma è il segreto. Mastroianni portava male i vestiti. Vale a dire: li portava come si portano abiti veri, non come si portano abiti da fotografia. La giacca gli scivolava sulle spalle senza mai stare rigida. Il colletto della camicia si apriva un centimetro più del dovuto. La cravatta non era mai tirata a fondo.

Era il contrario esatto dell’attore hollywoodiano dell’epoca — Cary Grant impeccabile, Frank Sinatra pettinato al millimetro. Mastroianni era italiano nel senso più profondo del termine: portava la sprezzatura di Castiglione con cinque secoli di ritardo, ma con perfetta coerenza.

Il completo Brioni

I completi de La Dolce Vita uscivano dai laboratori romani di Brioni, la sartoria fondata nel 1945 da Nazareno Fonticoli e Gaetano Savini. Fu quella collaborazione a definire l’immagine di Marcello.

Brioni portava per la prima volta a Hollywood una silhouette maschile che non era né inglese né americana: giacca leggermente più corta, spalla morbida ma pulita, revers stretto, giro-manica alto. La linea “conica” — spalle larghe, vita affusolata — che negli anni Sessanta contagia perfino Sean Connery in Goldfinger.

Ma su Mastroianni funzionava diversamente. Su Connery la silhouette era architettura. Su Mastroianni era pelle.

Otto e Mezzo, ovvero: come si veste un genio in crisi

Nel 1963 Fellini gira Otto e Mezzo. Il regista Guido Anselmi, alter ego dello stesso Fellini interpretato da Mastroianni, veste un unico completo scuro per quasi tutto il film. Cravatta nera. Cappello a tesa larga. Occhiali da sole.

È un’immagine così iconica che nel 2019 la rivista GQ la definì «il look maschile più imitato della storia del cinema». Milioni di uomini hanno provato a rifarla. Nessuno ci è mai davvero riuscito.

Il motivo è semplice: non è il completo che fa l’immagine. È il modo in cui Mastroianni cammina dentro il completo. La testa leggermente inclinata. Le mani in tasca senza forzatura. Il passo che non ha mai fretta.

Divorzio all’italiana e il gessato meridionale

Nel 1961, in Divorzio all’italiana di Pietro Germi, Mastroianni è Ferdinando Cefalù, barone siciliano decaduto. Il costume — curato da Piero Tosi, che di lì a poco lavorerà con Visconti — è studiato al dettaglio: gessati stropicciati, camicie di popeline che sudano nel caldo di Agrigento, cappelli di paglia Panama.

È una lezione di antropologia sartoriale: come si vestiva la piccola aristocrazia meridionale degli anni Sessanta, tra decoro e polvere, tra ambizione e crepe. Mastroianni ci mette dentro tutto sé stesso, e vince la Coppa Volpi.

Il segreto: l’abito non deve essere nuovo

Uno degli aneddoti più raccontati su Mastroianni riguarda il primo giorno di prove per un film. Il sarto gli portava un completo appena confezionato. Marcello lo indossava, si sedeva per terra, ci dormiva sopra una notte, lo appallottolava. Solo allora — quando l’abito aveva perso quella lucentezza da vetrina — era pronto per essere filmato.

È lo stesso principio che le sartorie italiane migliori conoscono da sempre: un abito è finito solo dopo che lo si è indossato. La stiratura perfetta è l’antitesi dell’eleganza vera. La piega vissuta, invece, è ciò che rende un capo proprio.

Perché resta il modello

A trent’anni dalla morte (1996), Marcello Mastroianni continua ad essere citato ogni volta che una rivista maschile compila una classifica dei più eleganti del Novecento. Batte spesso Steve McQueen. Sempre Sean Connery. Talvolta Cary Grant.

La ragione non è nei vestiti. È in ciò che i vestiti facevano addosso a lui. Non lo trasformavano. Lo rivelavano.

È l’unico modo — a nostro modo di vedere — in cui una boutique come Magenta può ancora insegnare qualcosa: aiutare a scegliere non un abito che vi trasformi, ma un abito che vi somigli. Come faceva Marcello.